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Essays

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2014
Lisa A. Banner, Kikki Ghezzi New Roots, Juliet Magazine


Juliet-Magazine
2015
Sara Fontana, The Power of the Center, Project 70, Glurns

The Power of the Center 
Sara Fontana 

An artistic journey that seemed to have crystallized around painting is expanding into an exploration of other media. Painting, drawing, embroidery, installations, prints, papier collé collages, and artist’s books, traversed by writing and nourished by readings and heterogeneous visual sources, model a harmonious setting, hovering between the physi- cal and the immaterial. It is a space in which Kikki Ghezzi hones her reflections on identity, strengthened by a new freedom and awareness. Pink is the predominant color, pink the experiences, images and objects that fill it, starting from a bewitching “femme-maison”. The series of prints is an accentuation of that continuous reticular line refined in the latest drawings with “portraits” of roots, to which is added a study of color perception. Dialoguing with previous research is the new series of oil paint- ings -from Celestial Roots to I am That I Am to Power of the Center I and II -where memory traces have now been trans- figured, arranged along a crest between naturalism and mysticism, and where the gesture and the action unleash centripetal forces, without ever slackening control over the composition. The artist then turns to the motif of the case, of a Duchamp-like memory and model, and develops two installations from it brought to life by the intervention of the visitor. Here we discover that the root has not in fact been dissolved into the image on the canvas. Present and tan- gible, it is merely waiting to be revealed. Into this dialectic of internal/external, visible/invisible, dream/reality are slotted the artistic figures who, according to Ghezzi, inspired this work of hers more than any others: in addition to the already -mentioned Marcel Duchamp- an almost obligatory evocation -are Georgia O’Keeffe and Louise Bourgeois, masters, in different ways, of letting the organic and the abstract rub shoulders, and of superimposing the female body on the forms and forces of the Earth and Nature.

The Power of the Center
2015
Ilaria Riccioni, The Enracinement of Kikki Ghezzi, Academia.edu
The Enracinement of Kikki Ghezzi
2015
The Rebirth of Wonder Call for Bushwick has come and gone, Arte Fuse
The Rebirth of Wander
2016
Chiara Gatti, Volta la pagina: quattro libri d’artista per quattro artisti del libro, La Repubblica
Volta la pagina:quattro libri d'artista per quattro artisti del libro, La Repubblica
2016
Tiziano Ogliari, Lettera sulla medieta’ sublime

Lettera sulla medietà sublime 

Gentile e cara Kikki, 

All’origine del pensiero e quindi, si parva licet, della spesso sedicente Civiltà Occidentale, c’è una risata. Ce lo racconta Platone: è quella della “servetta trace”, che non potè trattenersi vedendo Talete cadere in un pozzo mentre passeggiando, rapito, perscrutava l’insondabile abisso celeste. Il cielo e il suolo di Mileto, con le loro profonde insidie, furono la scenografia di un aneddoto di fondazione e la prefigurazione, già allora comunque riassuntiva, di quello che l’uomo è sempre stato: una creatura di superficie, presa in una sorta di galla, di patina veleggiante tra gli abissi prospicienti delle sterminatezze eteree e ctonie. Omero diceva di noi che siamo la stirpe che calpesta il suolo, per definizione differenziandoci dal divino e consegnandoci alla necessità dell’appoggio, dell’equilibrio, di una base su cui fondarci. Il tuo lavoro porta continuamente a galla questi antichi ancoraggi, e i pensieri che ad essi sono connaturati. Come a pelo d’acqua, sul mare, negli avvallamenti d’onda essi sembrano riassorbirsi ma poi, sulle creste, riappaiono; negli avvallamenti sembra che una complessità centripeta e agglutinante converga in un punto di scomparsa, accondiscendendo a un desiderio irrinunciabile di sparizione; poi ecco, invece, la conversione esplosiva, centrifuga, che ci riconsegna la possibilità di ricrearsi del mondo, ma nei limiti del visibile, senza l’eccesso disperdente, quasi scellerato, che la mano aperta e il cuore spesso spiantato dell’arte a volte impongono. Lo stato di medietà, la condicio dell’uomo, impone invece una pietas alla forma dell’arte, che la stabilizzi in un punto di compensazione del desiderio, di consapevole accoglimento nel suolo su cui poter appoggiare il proprio passo e, fattasi conditio, ci avvolga come una pelle che ci protegga da ogni trascendenza: quella esterna degli accadimenti del mondo e delle infinità siderali, e quella interna delle intimità, spesso non meno insondabili, del nostro corpo e della nostra mente. Lì (qui) sotto la pelle infittiscono, proliferano comunità rizomatiche: il sistema arterioso e venoso, per esempio, che da bambino mi divertivo a seguire con lo sguardo, sulle tavole del dizionario, da una delle periferie più estreme al cuore e viceversa; aprono profondità quasi terrifiche provvidamente mitigate dalla comunanza, dalla consuetudine con il fuori da noi – il cielo con il suo intimo celeste rizoma tracciato dalle costellazioni che rapivano lo sguardo di Talete; la Terra, la cui linfa magmatica radica nei canali che ne innervano la crosta; le piante, che radicano in cielo e in terra. Mi viene alla mente il gesto di disperante solidarietà che anima “continuerà a crescere tranne che in quel punto” di Giuseppe Penone, con il quale non hai solo delle comunanze formali, dove si fissa un indefinito luogo di giunzione asintotica in cui la mimesi, l’analogia non riescono ad annullarsi nell’identità e per questo il fuori da noi rimane tale e si conserva in sé, ma è sempre per questo che per mimesi, per analogia, in questo fuori da sé si contempera l’umano. La risata di Mileto, e la tua, sono in questo punto, dove l’inspirazione diviene espirazione, la diastole, sistole; non ci può essere inspirazione infinita, noi abbiamo dei limiti, dobbiamo racchiuderci in un quadro, farci teca in una valigia. Noi, come ci insegna Leopardi, possiamo “fingere” l’infinitudine solo facendoci escludere il “guardo” da “questa” siepe. Il tuo lavoro procede, nella temperie rizomatica della rete che ci iperconnette e “sfinisce”, e che si costituisce sempre più come un ossessivo fantasma dell’invisibile, della definitiva fine delle analogie e della nostra giunzione identitaria con il fuori di noi, a rendere visibile la consuetudine con il finito che apre all’umano i suoi limiti. 
Un grazie di cuore. 

Tiziano Olgiari

2017
Sara Fontana, Puo’ una immagine di luce nascere dalla paura del buio?

Può un’immagine di luce nascere dalla paura del buio?

Nella project room della Galleria Nuova Morone Kikki Ghezzi ha allestito Chi, un lavoro elaborato nel corso degli ultimi mesi ma scaturito da un’esperienza vissuta dall’artista due anni fa. Il respiro e la dinamica di un’azione straordinaria, condotta dall’artista all’aperto e in totale solitudine, vengono ora ricondotti all’interno e restituiti nello spazio intimo e raccolto della saletta ipogea, racchiusa come in un abbraccio da reti da pesca e fili blu. L’impatto visivo delle immagini, stampate in diversi formati ma con tecnica e supporto uniformi, è giocato su pochi elementi indispensabili: l’energia del luogo, il promontorio di Cape Cornwall sulla costa atlantica, dove nell’agosto 2015 Kikki ha trascorso un periodo in residenza; la monumentalità dell’intervento ambientale site specific su una casa abbandonata e ora patrimonio del National Trust, da cui il titolo del progetto: Chi (parola Cornish che significa “casa”); il magnetismo del colore del rivestimento, quel blu che secondo l’artista “è colore di amore, un colore che ti solleva lo spirito e ti fa respirare”; infine la costruzione delle immagini, invenzioni che colgono infiniti scorci, vedute e dettagli materici di quell’azione titanica, insieme al bisogno di prendersi cura dell’edificio, in ogni suo minimo dettaglio. Accanto ad esse, ecco il display più concettuale del contenitore, assai caro a Kikki negli ultimi anni. Di volta in volta libro, valigetta 24 ore o cartelletta, esso è generato dalla spinta affabulatoria come dal bisogno di riordinare esperienze diverse, dando loro una casa. L’artista non si stanca di sperimentare per poter raggiungere una dimensione di completezza: “Scrivere del mio lavoro per cercare di capire il mio lavoro”. Chi è scaturito istintivamente in seguito al contatto fisico ed emozionale con il luogo ed è stato sviluppato durante la residenza, lavorando giorno e notte, con pazienza e dedizione, in simbiosi con la tabella delle maree. Unico accompagnamento sonoro persistente era lo sciabordio delle onde sugli scogli. Il proposito di avvolgere tutta la casa con un materiale “trovato” come le reti da pesca, fissandola alle rocce e, simbolicamente, riparandola, ha dovuto assecondare i ritmi inesorabili della natura, unica testimone vivente dell’intera azione dell’artista. Kikki spiega: “Il mio progetto iniziale era di capire se riuscivo a stare da sola in una situazione di totale isolamento, avendo io paura del buio”. Al termine della residenza, approda a una certezza: “più ti guardi dentro e più trovi quello che cerchi, più il buio si trasforma in luce”. Dunque il cammino introspettivo non conduce all’isolamento, ma alla conquista di una nuova consapevolezza, dando voce a una storia quotidiana e condivisa di oscurità e frammentazione, alternate alla luce e a una possibile trasformazione. L’idea di Kikki Ghezzi di compiere un’operazione protettiva nei confronti della casa, in cui il fluttuare dei fili evoca quello delle onde, in certo modo partecipi dell’opera, è vicina a certe azioni all’aperto ideate da esponenti delle neoavanguardie concettuali, poveriste e processuali tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. Azioni nel paesaggio naturale o in quello urbano, sempre effimere e contingenti, spesso rimaste sulla carta e tuttora chiuse nei cassetti degli autori o di nuovi archivi. Analoghi sono i concetti di processualità e di transitorietà impliciti nel lavoro, nel caso di Ghezzi direttamente legati al ritmo delle maree; analoga è poi la scelta di affidare alla fotografia la testimonianza dell’azione. Di quelle sperimentazioni si sono invece affievoliti lo spirito collettivo e il tentativo di stabilire relazioni reali con lo spazio, con il territorio di azione e con un pubblico nuovo. Nell’approccio di Kikki emergono, oltre al bisogno di confrontarsi con se stessa, quello di prendersi cura di qualcuno e di qualcosa, partendo dagli affetti che la circondano e arrivando alle memorie vicine e lontane, in particolare quelle legate alla madre e alla nonna. Anche la componente intima e diaristica, da tempo irrinunciabile per l’artista, lascia trapelare tale necessità nel riferimento esplicito al concetto di “mother bird”, alla necessità di accudire il proprio nido e di non risparmiarsi di fronte al richiamo delle cure materne. Ed è qui che il progetto Chi si connette con il resto della ricerca dell’artista. Per Kikki la casa è diventata la tela su cui agire, esattamente come per gli esponenti della land art le distese di sabbia o di roccia fungevano da tela, schermo o palcoscenico. Avvolgere la casa con reti e corde, in un laborioso corpo a corpo, equivale ad accumulare ossessivamente tratti su tratti, trovandosi a una distanza ravvicinata dal supporto, come accadeva nei suoi disegni di un tempo e come accade nei dipinti recenti, nati in Virginia nell’estate 2017. La percezione comune, all’aperto o tra le pareti dello studio, è quella di trovarsi in un altro tempo e in un altro spazio. E qui si torna alla domanda iniziale: “Può un’immagine di luce nascere dalla paura del buio?”. “Sì”, conferma Kikki Ghezzi, perché la tensione accumulata, pronta a sfociare nel dramma, si allenta via via fino a una risoluzione, all’arrivo della luce. Una luce che ogni volta trasforma una massa confusa in colore pulsante e definisce uno spazio entro un magma confuso. 
 Sara Fontana

2017
Chi, Kikki Ghezzi, Frattura Scomposta Contemporary Art Magazine # 4
2020
Margins, Barrett Art Center, curated by Anthony Elms/Artist interview with Kikki Ghezzi

Margins 2020, Barrett Art Center, New York 

Artist interview with Kikki Ghezzi 
Curator: Anthony Elms, Chief Curator, Institute of Contemporary Art (ICA) at the University of Pennsylvania and Curator of the Whitney Biennial, 2014. 

What kind of work do you make and what kind of materials do you use? What’s your process? Though rooted in drawing and painting, my work, nourished by writings, often includes various experimental forms – installations, sculptures, textiles and artist’s books. As sand and rocks are a canvas, a screen or a stage for land art artists, wrapping a whole house with fish net in a laborious work of body against body is for me similar to obsessively accumulating marks on a canvas: the common perception, both outside in the open landscape and inside in the intimate studio, is that of being in a different time and space. My paintings have been described as increments of time and increments of marks and strokes in a meditative moment, where the kind of “glow” time is infinite in both directions, outward in accumulated, immeasurable brush strokes and inward towards a glow point. Music exemplifies it best — retaining previous notes to understand the whole body of music, my painting does something similar — Back in time and forward in time. 

What is most exciting about your creative process? Most challenging? In my process I tap into the beautiful colors of the perpetual dance and rejoicing of the Universe. My artwork goes each time through a process of transformation and rebirth, there is a wholing emerging from the deep dives that I take. What inspires you to make your work/what have you been looking at/reading/listening to lately? Nature, myths, spiritual teachings inspire me, other artists’ work inspires me. I’ve been reading Karl Jung, Dane Rudhyar, Marc Edmund Jones, Sappho’s poems, looked at work by Emma Kunz, Sigmar Polke, Austin Osman Spare, Hilma af Klint, Henry Michaux, to name a few. 

How has your practice been impacted by the current health crisis and quarantine? Have you made any work about it yet? This is the intermediate space. Part of me looks up to see what’s happening and then dives back into the creative process. I am working on a new project encompassing  years of diaries and recordings of 5D Astrology sessions. 

2022
Sara Fontana, "There Are Many Words That Belong To Me"
Sara Fontana
2022
Renato Miracco, Kikki Ghezzi: Seeing Differently
Renato Miracco
2022
Elisabetta Longari, "I Am Color", Color Magnetism in the Work of Kikki Ghezzi


Longari

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